lunedì 26 dicembre 2011

Cena di Natale da Andrea

Pochi ma buoni... siamo stati bene a casa di Andrea la scorsa settimana.
Menù goloso con pasta e ceci, risotto di mare, mousse al cioccolato e gewurztraminer to die for!
Esperimento riuscito: da ripetere




DEL CORRERE E NEL CORRERE. Riflessioni a partire da Rudi

(per sapere chi è Rudi, andate a leggervi anche il bellissimo racconto di Rubens Noviello su www.marciapadova.it)


Cari amici,
ho letto lo scritto di Rubens. L’ho letto due volte. Lo faccio spesso: la prima lettura è quella del piacere, scorro le righe in modo fluido, senza “inciampare” in concetti profondi e impegnativi, senza sintesi e analisi... in pratica senza alcuna fatica. Si tratta di una lettura egoistica, forse sfaticata e disimpegnata, se vogliamo estetica (nel senso più letterale del termine, cioè legata al sentire, al cogliere la grazia -charis- che si riferisce al bello e al buono), volta a godere della cadenza piacevole delle parole, ad assaporare la musicalità dell’italiano usato bene.
La seconda lettura è quella del dovere, quella del soffermarsi e del comprendere, del lasciarsi interrogare e del cercare risposte, quella in cui si esercita la capacità di giudizio, quella che genera riflessioni, talvolta circoscritte e focali, più spesso libere, un po’ anarchiche, autopropulsive come flussi di coscienza.
Mi si conceda che nella lettura, diversamente da tutto il resto, il piacere venga prima del dovere.

Non conosco Rubens, ma mi piace pensare che nel suo personaggio egli abbia messo qualcosa di sé, come se la radice comune RU- di Ru-bens e di Ru-di non fosse casuale.

Ho letto recentemente anche la storia di Henry Rono, incredibile talento del mezzofondo e del fondo oggi sessantaduenne, al quale analogamente a Rudi la vita diede in gioventù l’esperienza del carcere. Henry, detenuto, correva avanti e indietro lungo un corridoio di settanta metri per chilometri e chilometri sotto gli occhi dei suoi compagni di sventura.
Credo che mai come nei casi di Rudi e di Rono sia lecito parlare di “evasione”. Evasione non come nelle accezioni comunemente abusate quali evadere dal carcere, evadere il fisco o evadere dalla quotidianità opprimente, ma come evadere da un sé alienato, corrotto, imprigionato e da un micromondo fittizio e ingannevole, chiuso e limitante, per ritornare ad un sé puro, fatto di pura percezione. Nella corsa il corpo urla e il sentire e sentirsi sono chiarificati, netti, puliti e definiti, sicuri e sinceri. E il mondo intorno si trasforma. A partire da noi il mondo si dispiega e diviene secondo una sequenza ritmata di passi e di battiti del cuore, di atti respiratori più o meno accelerati, di rumori, di freddo e di caldo, di metri e chilometri, di minuti e secondi che scorrono sempre nella stessa direzione, in avanti e basta. Il mondo, nella corsa, colloca e contiene in un tempo e in uno spazio le percezioni, accoglie la presenza del sé incarnato nel corpo proprio. Io sono, ci sono, sento e mi sento hic et nunc.
Visione egocentrica? Forse. Ma posso avere coscienza e conoscenza di ciò che mi sta intorno (benché si tratti necessariamente di conoscenza prospettica, provvisoria e parziale) solo a partire da me e dalla mia esperienza sensibile. Quindi “largo al sentire”.

E’ martedì mattina, mancano cinque giorni a Natale, alle 5.40 mi alzo perché ho un appuntamento. Guardo Silvia che dorme. Per altri settanta minuti le braccia di Morfeo la cingeranno... beata lei...
Rapida colazione. Esco, è buio pesto e fa freddo. Forse tre gradi sotto zero. Nei due minuti e quaranta che mi separano dalla torre sento il gelo, il peso del mio corpo di settanta chili che ora sembrano centoquaranta, le tibie che mi fanno male ad ogni impatto del piede, gli occhi ancora mezzi chiusi. Penso al carattere autodisciplinante della corsa. Autodisciplina. Ecco che cos’è la corsa in questo momento.
Sotto la torre trovo Chiara e conosco Davide. Aspettiamo Franco. Non sarà mica in braghette corte anche oggi?!? Dopo un minuto partiamo in quattro. Ad est, in alto, c’è una sottile falce di luna, il cielo è limpidissimo, il lato buio dell’astro d’argento si concede, The dark side of the moon. Ci starebbe in sottofondo un assolo di David Gilmour, come in shine on you crazy diamond.
E’ incredibile come la compagnia guarisca il dolore alle tibie, quasi avesse un oscuro potere antiinfiammatorio. Neanche le sento le tibie oggi, ieri al contrario ho zoppicato per più di quattro chilometri prima di riuscire  a fare otto timide ripetute.
Qualche minuto e compare anche Enrico. Ora siamo in cinque. Il freddo comincia a farsi da parte, emergono altre percezioni. Mi disturba l’impatto pesante dei miei piedi, provo ad alleggerire il passo. Qui vanno tutti più forte di me. Molto più forte. E questo fa bene non solo perché innesca un processo evolutivo di incremento prestazionale, ma soprattutto perché ridimensiona le tendenze ipertrofiche dell’ego. Ridimensionamento. Ecco che cos’è la corsa in questo momento. Ridimensionamento e senso del limite.
Quando non chiacchiero il respiro assume un ritmo regolare, entra in risonanza con i passi: tre per inspirare e tre per espirare.
E’ veramente buio, penetriamo nella luce arancione del lampione, detta “lo stargate”, e  vaneggiamo qualcosa su porte dimensionali, realtà parallele, viaggi spazio-temporali... Davide, che esce con noi per la prima volta, probabilmente non capisce. Penserà “dove sono capitato?”.
Mi sembra che stia aumentando lievemente l’andatura. La frequenza di passi-battiti-respiri incrementa decisamente. L’innalzamento non è proporzionale. Se dovessi rappresentarlo graficamente lo farei con una specie di iperbole. Percorriamo l’argine, oggi non ci saranno Leo, Roberto e Nicola.
Ad un tratto mi sento bene. Aspettavo proprio questo. Ci sono voluti quasi sette chilometri. Mi viene da aumentare, le gambe girano, sono più leggero, la mia corsa mi sembra persino bella, armonica.
Dal punto di vista neurochimico la cosa è freddamente giustificata dalla scarica ormonale. Eppure non è solo questo, ne sono convinto. Non si può spiegare tutto con un’illusione endorfinica. Non credo basti un neurotrasmettitore peptidico a farti sperimentare qualcosa di prossimo alla felicità. Dal punto di vista fenomenologico la realtà che si dà è questa: mi sento bene, le gambe girano, sono più leggero e la mia corsa mi sembra persino bella, armonica. Armonia. Ecco che cos’è la corsa in questo momento. Con buona pace della neurofisiologia.
Il freddo è lontano anni luce. E’ rimasto nella condizione spazio-temporale precedente, non ha superato il passaggio dimensionale dello stargate.
E poi, alla nostra destra, la luce cambia. E’ l’aurora. L’orizzonte ad est si striscia di rosa. Le nuvole basse sono viola. Sarà una bella giornata. Aurora. Ecco che cos’è la corsa in questo momento.
Una piccola disquisizione sulle differenze tra sun-rise, sun-shine, sun-bright e ricomincio a sentire un po’ la fatica sulle gambe. Enrico ci lascia al suo incrocio svoltando a sinistra. Siamo alla torre in sessantasette minuti. Il tempo è rimasto sospeso, come in un luogo di pace, per sessantasette minuti. Tempo sospeso. Ecco che cos’è la corsa in questo momento.
Ci possiamo anche concedere qualche altro istante di pace e sospensione. Lance è già da Emma per la colazione.
Inizia la giornata. Permane l’eco dei momenti corsi, risonanza cristallina di percezioni vive e vitali, memoria sensibile di qualcosa che assomiglia alla felicità. Memoria sensibile. Ecco che cos’è la corsa in questo momento.
Igor





domenica 20 novembre 2011

Uscita per sabato 17 dicembre 2011

Ciao, sono oramai due anni che ci incontriamo il sabato mattina per calpestare in allegra compagnia gli argini di Tergola e Muson, e pensiamo sia giunta l’ora di far provare nuove ebbrezze ai nostri piedi.
E’ tempo di potenziamento per i runner, tempo di rinnovare punti di vista, panorami, angolazioni…
Eccoci quindi a proporre un’uscita alternativa per sabato 17 dicembre, prima del Natale.



  
Il programma a grandi linee sarebbe questo:
 1. ritrovo al solito parcheggio
2. arrivo a Calaone, a casa di Chiara e Lance, già in ‘quota’
3. corsa di un’oretta
4. cambio e colazione a casa del capo o in una caffetteria di fronte al castello di Este, a scelta, a seconda del tempo
Tra andata, corsa, colazione e ritorno servono circa 3h30, rimane da decidere l’orario di partenza.



  
Caratteristiche della corsa:
 - poca salita e con calma
- passaggio per paesino di pietra
- discesa con panorama mozzafiato sulle Alpi
- boschi e sentieri morbidi per i nostri piedi
- giro completo del piccolo Monte Castello, tra i castagni e le nuvole
- la casa della strega…..



  
         BUON NATALE 7.30!



mercoledì 26 ottobre 2011

Maratona di Venezia

Ed eccoci qui ad archiviare un'altra maratona portata a termine. Venezia. La più bella. Forse.


In ogni caso bellissima, con la prima mezza corsa lungo la riviera ad ammirare le splendide ville; il passaggio in Piazza Ferretto a Mestre tra due ali di pubblico festante; il Parco San Giuliano dove si inizia a sentire la distanza e dove si piazzano gli amici maratoneti che la sanno lunga; e da quest'anno il giro d'onore da brividi per Piazza San Marco. Eravamo proprio in tanti del Gruppo 7.30: Giuliano, Franco ed Enrico che hanno portato a casa anche il personale, Chiara, Massimo e il supporter più efficiente che esista, Lance.

martedì 11 ottobre 2011

Leo e il 7.30 su www.marciapadova.it


PAROLE IN CORSA!
Storie di podisti"
   
Don Leo 
Sento parlare di Leo qualche mese fa.Sono sempre affascinato dalle persone che passano di bocca in bocca grazie al loro carisma.Le bocche che mi parlano di lui, in questo caso, sono di podisti.Usano parole particolari: umanità, altruismo ma soprattutto una grande capacità di aggregare e accentrare le persone.Vengo a sapere che il nome Leo è sempre preceduto da un trittico di lettere: “Don”.Sorrido. Penso al parroco della mia infanzia e alla sua immensa capacità di farmi vivere l’oratorio in ogni singolo istante del pomeriggio. Nella gioia e nella passione di quell’uomo, Don Crisanto, ancora oggi ritrovo pezzi della mia spiritualità.Mi informo.Leo cura le anime di Campodarsego.La carta di identità alla riga Professione indica ECCLESIASTICO. Sull’anno di nascita: 1966.Un parroco giovane. Potrebbe essere mio fratello.Hobby: podista.È il timbro che certifica il mio desiderio di parlare con lui.Occhi negli occhi.Il piazzale davanti alla dimora del parroco è ghiaioso.Un sms mi avvisa che Leo arriverà con un pizzico di ritardo.Mentre l’ aspetto due ragazzi si rincorrono da un capo all’altro di questo spazio recintato; sono due gemelli di circa dodici anni. Ridono e scherzano. La madre li guarda in parte compiaciuta e in parte stizzita dal baccano che stanno facendo.Urlano. Io li osservo e mi gusto l’aria calda di quest’estate che ad ottobre prende ancora in giro il calendario.C’è fermento attorno all’edificio. Operai affaccendati attorno ad un campanile da ristrutturare. Anziane signore che attraversano un campetto di calcio con le linee laterali che lambiscono l’entrata della canonica.Arriva una vespa. La guida un ragazzo: jeans e camicia chiara a quadri. I ragazzi lo riconoscono e gli vanno incontro.Il ragazzo, ancora a cavalcioni sulla moto, si leva il casco e li abbraccia. La sintonia che c’e’ tra quei tre esseri umani mi investe.Capisco che il parroco è arrivato.Leo mi stringe la mano con vigore e regala le sue attenzioni alla mamma dei gemelli. Intuisco che devono fissare una data per qualche cerimonia. Una messa a suffragio. Mi colpisce la familiarità del tono della voce di questo ragazzo. La stanza è invasa da parole in dialetto veneto.Io attendo in una grossa sala adiacente allo studio dove tra poco sarò invitato ad entrare . Mi appoggio ad un lungo tavolo in legno massiccio. Sono attratto da volantini legati ad aiuti umanitari da destinare al Centro Africa.Il sacerdote licenzia la famiglia e mi fa accomodare nello studio.Cominciamo a parlare.Gli spiego chi sono e perché sono lì.Ho da subito l’impressione che mi conosca. Penso ad una nostra amica comune. So che gli ha parlato di me. Lui sa che io so di lui? “Non molto poi” penso tra me. Non ho voluto i dettagli su Don Leo.Voglio godermi ciò che sarò in grado di percepire.È la bellezza degli attimi di vita che rimarranno unici.Originali.Siamo seduti uno di fronte all’altro. Nessuna scrivania di mezzo.Lo apprezzo.Niente distanze.Le sedie sono in legno con la seduta in paglia.Lo osservo mentre mi racconta della sua infanzia. Un metro e settantacinque di fisico asciutto e una faccia da bravo ragazzo: fronte stempiata e viso arrotondato sul quale le lenti degli occhiali filtrano occhi vispi e molto attenti.E’ un piacere ascoltarlo.Lui parla e io riempio pagine di block notes.Arrivo da una famiglia di sei fratelli. Da loro ho ereditato la passione per lo sport. Il calcio la faceva da padrone. Il campetto dell’oratorio di Salboro era la mia vita, assorbiva il mio tempo. Lo prosciugava.Poi il seminario e la passione per il pallone che seguiva fedelmente la mia tonaca.”Come nasce la passione per la corsa?” – la mia è una domanda scontata.La corsa nasce da un’ esigenza di sfuggire ai ritmi frenetici della vita. E’ un vero antidoto. E così ritaglio i pochi momenti di stasi delle mie giornate, e tento di riempirli. Li adatto alle esigenze della mia comunità ma li cerco e me li dedico.Sono sei anni che corro e da quando lo faccio ho ritrovato i miei equilibri e stabilizzato le mie emozioni.Corro e mi distendo mentalmente. Lo faccio tre volte a settimana. A volte anche quattro. Dipende dagli impegni.Corro la mattina e mi gusto i “rumorosi” silenzi del mio paese che si sveglia. Le prime auto che si dirigono verso la città; le persiane delle abitazioni che si arrotolano; il vociare dei ragazzini che vanno a scuola.”Mentre parla Leo accavalla spesso le gambe. Parla da innamorato di questa sua passione. Io sono una preghiera in cammino” mi dice “e correre nei silenzi del mio paese mi fa sentire vivo”. Mi si blocca per un attimo la respirazione.Succede che corro anche con i miei amici di Campodarsego. Abbiamo creato un gruppo di podisti che ogni sabato alle 7:30 si trova per condividere il sudore da scaricare sull’asfalto. La corsa in compagnia è un contenitore di storie”. Mi appunto anche questa frase. Sembra un’aforisma.Parliamo della Maratona di Padova. Non me ne frega nulla di quanto tempo ci ha messo e penso che nemmeno mi informerò. Sono avido di aneddoti e di emozioni vissute da questo ragazzo.Don Leo mi racconta con enfasi.Lo stimolo ad iscrivermi alla quarantadue chilometri arriva dai miei amici. Nei mesi precedenti l’evento, pur allenandomi costantemente, non mi rendo conto di ciò che mi appresto a compiere. Comincio a realizzarlo la mattina della corsa. Lì sono travolto dalle emozioni: la partenza a cento metri da dove vivo. La mia benedizione ai podisti. Gli applausi della folla. Nessun momento per smaltire la sbornia di sensazioni che è già ora di partire. Tre, due, uno. Via.Le facce delle persone che mi acclamano. I miei parrocchiani.”Immagino il grado di intimità che ci deve essere tra chi applaude e Don Leo che sfreccia sudato davanti alle transenne. Mi racconta della stanchezza in gara e della mancanza di forze che quasi non trova nemmeno per bere una semplice dose di gel liquido.La genuinità di questo ragazzo la tasto quando, orgoglioso, mi racconta del quadro che hanno appeso al bar del paese. Nella cornice c’è lui in abito da runner.Più parlo con quest’uomo più mi ritrovo e mi perdo nella sua passione.Scavo. Lo pungolo. Voglio nuove angolazioni di una delle cose che più amo della vita: correre. Angolazioni spirituali.Che analogie ci vedi tra la vita e la maratona?”. Giro pagina del block notes e mi ritrovo in un universo bianco da riempire di inchiostro.Leo mi catapulta in un mondo di analogie alle quali non avevo pensato. Nemmeno nei miei più lunghi silenzi di corsa.Conosci, Rubens, quella canzone di Jovanotti... come si chiama? Quella che dice Le scarpe piene di passi. Ecco io la trovo una canzone molto spirituale.I passi della corsa sono passi veri e ogni passo ha una sua verità interiore. Una verità che avanza e va verso gli altri.”Leo è un fiume in piena. Le parole tracimano. La maratona insegna ad avere una direzione e dei compagni di viaggio. Questa corsa insegna ad avere una prospettiva da seguire. Quando ti mettono la medaglia al collo hai già voglia di riprovarla a correre. Per ogni maratona che termina c’è voglia di ripartire.”Assomiglia al ciclo della vita, mi dico tra me e me. Ogni maratona come una vita che si spegne e rinasce.Le campane suonano le sei. Mi vergogno un po’ pensando di essermi ridotto a misurare il tempo col display del mio telefono cellulare. Il fascino dei rintocchi delle campane in bronzo mi riporta alla realtà.  È ora di andare. Io e Leo ci salutiamo. Una stretta di mano e un sorriso. Io, come quei due ragazzi gemelli di dodici anni, in perfetta sintonia con una persona che dispensa serenità.
Correndo.
 

sabato 17 settembre 2011

Si riparte!

Eh sì, si riparte alla grande con il gruppo 7.30.
In realtà non si era mai smesso, ma due cose hanno imposto un richiamo formale ai blocchi di partenza da parte del capo.
La prima, il compleanno di due miti della nostra combriccola, da festeggiare assieme. Enrico ed Aldo, auguri sessantottini!!
La seconda, un fatto assai preoccupante…
…Da qualche tempo si mormora che nel vicino e ridente paesino di San Giorgio delle Pertiche, un noto esponente del podismo padovano abbia lanciato la nobile iniziativa di una corsa in compagnia.
La corsa, che senza alcuna modestia è stata chiamata CorriXSanGiorgio, parte ogni mercoledì alle 7.30pm da dietro la farmacia… MA CI HANNO COPIATO PURE L’ORA?!
Fatto stà che i Pertichesi che corrono al mercoledì sera sono tanti e continuano ad aumentare.
Noi facciamo le colazioni post-corsa?
Loro si sono messi d’accordo col banchetto del folpo per darci dentro con pesce, patatine e vinello rosato!!
E visto che ora viene buio presto, tanto meglio: si corre meno e si mangia prima.
Noto similitudini…
Dunque… non per dire… ma… beh, un po’ di sano campanilismo suvvia! Ecchè, possiamo essere da meno noi??
Scherzetto!
Ovviamente non esiste alcuna concorrenza: Gruppo 7.30 e CorriXSanGiorgio sono due realtà che si fondono, accoppiano, accavallano e confondono con grande piacere di tutti!
Ciao, alla prossima!

Avete o no il 'capo' più dolce che ci sia???

Aldo, Giovanni e Giacomo? ..ha no, Aldo ed Enrico!

In ordine di.... pansa!

Nuove sfide??

Bravo Aldo, così si fa...

So' rivà primo!!!!

Australian connection